Fisico vs Digitale parte 2: le videoteche

Ci eravamo lasciati con un sacchetto pieno di videogames, degli amici, un videoregistratore e una serata tutta ancora da vivere. E adesso che si fa? Beh, adesso si va al Blockbuster a noleggiare una videocassetta, comprare una bottiglia maxi di Pepsi, pizza, patatine e via di serata cinema. Ah, no, giusto, siamo nel 2019 e la catena texana gialloblu ha chiuso i battenti nel 2013… forse. Dico forse perché esistono ancora almeno 2 negozi in tutto il mondo a recare il nome e il logo Blockbuster (uno a Bend, Oregon, negli Stati Uniti D’America e uno in Italia, a Borgomanero (NO) che ho avuto occasione di visitare personalmente). Ma il formato fisico non è solo sinonimo di noleggio bensì anche di qualità. Andiamo, anche sta volta, ad analizzare i pro e i contro del formato fisico!

Formato fisico e video: perché

Alcuni punti a favore e sfavore del formato fisico nel campo dei media visivi possono essere presi direttamente dal discorso fatto nell’articolo precedente per i videogiochi in formato fisico (accessibilità, delicatezza del formato, collezionismo [di cui riparlerò nelle prossime righe], prestiti, scambi), quindi per un approfondimento su questi punti vi invito ad andare a recuperare la scorsa puntata 😉
Come immaginabile, ci sono punti che non sono validi in ambito videoludico ma sono validi solo per il mercato cinematografico e home video (e anche musicale in parte, ma avremo modo di parlarne nella terza parte dedicata a questo mondo), anche perché in questo ambito si ha la dualità tra formati analogici (VHS, Betamax, Laserdisc, negativi e pellicole) e formati digitali fisici (DVD, Blu-Ray) e non.

Attenzione: qui per formato digitale non fisico si va ad intendere non solo l’acquisto di copie digitali di film (ad esempio su iTunes, PlayStation Store e Google Play Film) ma anche l’ambito dello streaming.
Partiamo dai formati analogici, sebbene ormai obsoleti e di bassa qualità (escluse le pellicole cinematografiche ancora in uso e di altissima qualità di immagine). Il valore collezionistico di questi cimeli è l’unico loro punto a favore assieme al “calore” delle immagini e del suono; questo calore è dato dal fatto che il film viene trasferito da un formato analogico (che cattura immagini e suono in modo diretto mediante l’utilizzo di lenti, specchi, luci e reazioni chimiche attivate proprio grazie alle onde luminose), ovvero la pellicola, ad un altro formato analogico, ovvero il nastro delle videocassette, senza passare per il computer coi suoi processi, equazioni e via dicendo che trasformano le informazioni visive (fotogrammi, differenze di colori, luce, ombre) in dati. Potremmo dire che è un processo diretto (anche se non è proprio vero in quanto in mezzo vi sono passaggi di trasferimento dei negativi) che mantiene inalterata la caratteristica analogica del formato di partenza. I punti a sfavore, però sono molti di più: deterioramento del nastro (sia con l’uso sia col tempo per processi di ossidazione), qualità dell’audio (che si limita ad essere stereo a due canali, destro e sinistro, senza la possibilità di avere un audio riprodotto da 5 o 7 altoparlanti come al cinema), la qualità dell’immagine (anche da nuove, infatti, le videocassette e le Betamax soffrono di una definizione molto inferiore alle pellicole cinematrografiche, sia nella resa dei colori che proprio della dimensione reale dell’immagine: una cassetta proiettata al cinema sarà sicuramente sgranata) e, non meno importante, il rapporto d’aspetto (ovvero al cinema tipicamente vediamo un’immagine rettangolare [16:9, 2,21:1, 2,35:1, chiamati rapporti Widescreen o a schermo ampio, ndr.] mentre nella maggior parte dei casi le VHS e Betamax contengono una versione tagliata ai lati per essere “quadrata” e adattarsi meglio ai vecchi televisori [formato 4:3 creato mediante la tecnica chiamata pan and scan dove si vanno a sacrificare i bordi dell’immagine per avere un’immagine a tutto schermo, che altrimenti risulterebbe con delle bande nere sopra e sotto, chimato effetto letterbox, ndr.]). È vero, però, che alcuni documenti sono disponibili solo ed esclusivamente in questi formati (esempio alcuni concerti, documentari, film e programmi mai resi disponibili se non mediante messe in onda televisive), facendo di questi formati degli oggetti da collezione e con valore affettivo e vintage non trascurabile. Discorso tutto loro sono i Laserdisc che ad un immagine analogica di discreta qualità associavano un audio digitale di tutto rispetto.
Parliamo ora dei formati digitali che, oggigiorno, sono i più comuni. Ricordiamo, però, che molte volte un film in digitale deriva da una pellicola che è stata digitalizzata e che in base alle regole e ai metodi utilizzati per questo processo la qualità, la definizione, la dimensione (o peso dei file digitali, quanto spazio occupano sul disco rigido del PC, del server o qualsiasi altro dispositivo) è variabile. La qualità audio e video è identificabile da due fattori: il formato con cui sono archiviate le informazioni (o codec, codificatore e decodificatore che possono essere lossy ovvero con perdita di informazioni ma risultando un file di dimensioni ridotte o lossless, senza perdita) e la quantità di dati che descrivono ciascuna “informazione” (informazioni sono, ad esempio, i pixel che compongono un singolo fotogramma o immagine, le onde sonore, la luminosità; la quantità di dati è definita come numero di bit al secondo che il file digitale dà in pasto al lettore DVD, computer o o via discorrendo, chiamato bitrate). Se è intuitivo capire che più bit sono disponibili per descrivere la nostra informazione più essa sarà precisa e dettagliata, non è altrettanto diretta la corrispondenza tra codec e qualità. I dati che costruiscono la nostra immagine devono essere contenuti e convertiti in un “pacchetto” (il nostro file o disco) per essere sfruttati e letti dai vari lettori. Per farla breve, i codec video più utilizzati al giorno d’oggi sono 4:

  • MPEG-II (Moving Picture Expert Group, usato nei DVD e nei file con estensione .mpg, .mpeg e .VOB);
  • XviD (versione “libera” di uso pubblico del DivX, Digital Internet Video [da non confondere con un fallimentare sistema anti pirateria dal nome DIgital Video eXpreimental o DIVX da cui trae ispirazione la sigla, ndr.], tipico nei file con estensione .avi, oggi in lento disuso);
  • H264 (e la sua versione “libera” x264, noto anche come MPEG-4 AVC, Advanced Video Codec, usata nei Blu-ray, nei file .mp4, .mov e dalla maggior parte dei servizi streaming);
  • H265 (e la sua versione “libera” x265, noto anche come HEVEC o High Efficiency Video Codec, versione migliorata ma più “impegnativa” da gestire per le macchine, usata nei Blu-Ray 4K UHD).

Per i codec video non esite propriamente una codifica lossy o lossless ma è il bitate unito al codec utilizzato a decretare la qualità dell’immagine. A partià di bitrate, il codec H265 si è dimostrato quello in grado di offrire un’immagine di qualità e dettagli superiore, dietro a H264, MPEG-2 e XviD (questi ultimi a pari merito); in altre parole, a parità di qualità, più è efficiente il codec e minore è il numero di dati (quindi Gigabyte, Kylobite e via dicendo) necessari per dare quella qualità all’immagine (poiché è meglio avere il massimo della qualità in poco spazio che usarne il doppio per avere la stessa qualità).

Discorso simile vale per il comparto audio, dove, però, esistono codec lossy e lossless (e, quindi, il bitrate è un dato utile solo per confrontare le codifiche lossy mentre nelle codifiche lossless, per definizione senza perdita di dati, il bitrate indica solo la quantità di dati traferiti e, assieme alla dimensione del file, è indice dell’efficienza del codec come per i video). I codec più utilizzati (che in parte ritroveremo anche nel prossimo articolo dedicato al mondo musicale) sono:

  • AC3 (Audio Codec 3 della Dolby Digital e la sua versione lossless E-AC3 dove la E sta per avanzato o Dolby Digital Plus, usato nei DVD [solo nella versione lossy] , alcuni Blu-ray e alcuni servizi streaming);
  • DTS (Digital Theatre System e la sua versione lossless DTS-HD MA o High Definition Master Audio, usato in alcuni DVD, Blu-ray, Laserdisc, e negli ormai obsoleti HD-DVD);
  • AAC (Advanced Audio Codec, formato lossy usato da alcuni servizi streaming);
  • Mp3 (non ha bisogno di presentazioni l’MPEG-Audio Layer III, um formato lossy dal limitato bitrate massimo, usato legalmente solo nei VideoCD).

È naturale dire che i due sistemi lossless siano i migliori (e pressoché equivalenti sebbene il DTS-HD MA sia il più supportato e gestisca meglio la separazione dei canali con una qualità leggermente sueriore), ma, come è intuibile, non tutti i film vengono distribuiti con audio lossless nella nostra lingua e/o in tutti i supporti (fisici e non). Valendo considerazioni simili che per i codec video, tra i lossy il peggiore è, l’mp3 in quanto è l’unico che non è in grado di gestire più di due canali (audio stereo) e col bitrate inferiore. Il migliore, invece, è il DTS, seguito da AAC e AC-3.

Dopo tutto questo discorso, possiamo finalmente fare il confronto elencando pro e contro del formato fisico. Il primo punto è la qualità video. Il formato digitale fisico ha livelli di qualità audio e video che il formato digitale non fisico non può raggiungere per motivi tecnici, riassumibili in un unico semplice motivo: il bitrate, essendo l’H264 quasi l’unico codec utilizzato dai formati digitali non fisici (esempio iTunes, Google Play Movies, Amazon). Lo streaming si basa sul trasferire dei dati via internet e vedere un video prima che questo sia stato scaricato del tutto e per evitare che la quantità di dati da trasferire sia eccessiva (non garantendo una visione fluida) si ricorre ad un bitrate ridotto (molto ridotto rispetto a quello di un Blu-ray, circa un decimo). Questo fa sì che in alcuni casi un DVD (il formato fisico disponibile oggi sul mercato occidentale con la risoluzione inferiore, ovvero con il più basso numero di pixel o unità che formano un’immagine) sia più nitido e definito di un film in alta definizione a bassissimo bitrate (esempio YouTube). Il secondo punto è la qualità audio, in quanto sovente i formati in streaming non utilizzano un formato audio in alta definizione (spesso è AC-3 o AAC) e in alcuni casi (sempre YouTube ad esempio) non utilizzano la codifica a più canali (chiamata impropriamente audio surround, poiché, in realtà, già due canali discreti sono surround in quanto circondano lo spettatore se esso è al centro delle due casse; altro esempio di audio surround è la configurazione 2.1 con due casse e un subwoofer o cassa dedicata alle basse frequenze, tipica della codifica Dolby Pro-Logic); c’è da dire che, nel caso dello streaming, la qualità varia anche in base al tipo di abbonamento (più paghi meglio vedi e senti). Altro punto a favore del formato fisico è la disponibilità del film. Sebbene ultimamente si stia andando verso la tendenza di rilasciare il contenuto prima in versione non fisica, non è così infrequente (soprattutto nel caso dello streaming) che alcuni film o serie TV/WEB vengano eliminate per sempre dal bouquet di titoli presenti sulla piattaforma con la conseguenza che o le hai viste oppure buona notte al secchio; ci sono casi in cui i diritti per la “messa in streaming” cambino venendo ceduti da un servizio ad un altro, facendo sì che un utente dovrebbe avere più abbonamenti mensili per godere o continuare a godere di alcuni contenuti (e qui entrano in gioco anche le famose “esclusive” come nel caso dei videogiochi che, però, alle volte non godono di alcuna controparte fisica venendo rilasciate solo sulla piattaforma che ne detiene l’esclusività). Esiste anche il caso in cui alcuni film o serie non sono o non verranno mai resi disponibili on-demand. Nessun cofanetto da collezione così come mancanza dei contenuti speciali (tranne in qualche caso, e qui mamma Google ha un punto a suo favore) che impreziosiscono i dischi. Altra mancanza del non fisico è che solitamente vengono rilasciate solo alcune versioni di un film, solitamente le ultime rimasterizzazioni o alcune versioni alternative, rendendo così d’obbligo la possessione della versione fisica per poterle vedere (e, alle volte, sono migliori della versione disponibile). E i costi? Beh, variabili. Comprare DVD e Blu-ray approfittando delle offerte nei negozi, dei cestoni, delle promozioni su Amazon, IBS e via discorrendo solitamente potrà a un grande risparmio, soprattutto se il titolo o l’edizione che volete acquistare non è di recente uscita o è un fondo di magazzino.
Ah tra l’altro, a causa di accordi con Microsoft per la distribuzione della versione digitale del software, fino al 2010-2012 per guardare i contenuti in streaming offerti da Netflix nelle proprie PlayStation 3 e Nintendo Wii (e, in Brasile, anche PlayStation 2) era necessario un disco fisico nel quale era contenuto il software (curioso, vero, che per usufruire di contenuti digitali fosse necessario un supporto fisico?).

Le videoteche

Senza andare troppo indietro nel tempo, 10-15 anni fa una giornata come quella descritta all’inizio di questo articolo si sarebbe conclusa con una sosta in videoteca per comprare (o, più probabilmente) noleggiare un film da vedere con gli amici. Con una spesa irrisoria (soprattutto se divisa con gli amici, visto che i prezzi per i DVD andavano da 1,50 a 2 € al giorno promozioni escluse) ci si portava a casa il divertimento (la pubblicità della nota catena recitava make it a Blockbuster night ovvero rendetela una serata Blockbuster). Era un’abitudine andare i fine settimana con la famiglia o passare tornando da lavoro durante una piovosa serata d’inverno. E c’erano anche i servizi di noleggio a domicilio (in altri paesi, quali gli Stati Uniti D’America, ad oggi Netflix fornisce il suo servizio in abbonamento di noleggio di DVD recapitati per via postale e rappresenta una grossa fetta dei suoi introiti). Ma le videoteche, quelle fisiche (non i distributori automatici di film con tessera magnetica) non erano (e non sono tutt’oggi) solo noleggi né solo film. E videoteche non sono né erano solo Blockbuster, ma anche Primafila, Fantasy Video e tante altre piccole realtà (Video & Company, Video Bif, Kolossal, Videocenter, DivaVideo, Videoplanet…). Entrare in uno di questi negozi significa(va) prima di tutto avere un contatto umano e sociale col proprietario e coi commessi (ovviamente discorso sempre più valido per i piccoli negozietti che per le catene) che magari ci conoscono, sanno i nostri gusti e le nostre ultime visioni. Significa vedere file di custodie di titoli diversi, molti presenti in più copie per permettere a tutti di accaparrarsi un paio d’ore d’intrattenimento, divisi per genere, per formato, per edizione. Magari cofanetti con trilogie e saghe, edizioni in doppio disco o con custodia in metallo, nuovi arrivi, classici intramontabili, film culto (belli e brutti) e film sconosciuti. Avere una scelta più che vasta, magari scoprire qualcosa di cui altrimenti difficilmente si sarebbe venuti a conoscenza oppure prendere quel film che si cercava da tanto o quel film culto quasi sconosciuto. Prendere una custodia, girarla per leggerne la trama e i contenuti speciali inclusi, gli amici che ti chiamano dall’altra sezione del negozio perché forse hanno trovato il film perfetto per quella sera. Una tessera fedeltà, ogni 10 un noleggio gratis oppure il 50% sull’acquisto. Che sia per un noleggio o un acquisto, passare in videoteca è come entrare in un museo: tante opere d’arte, protette da un sottile strato di plastica. C’è chi le cataloga per generi, per formato, chi per edizione, chi per prezzo e chi ha un locale abbastanza grande per potersi permettere di fare tutto questo insieme. C’è chi in cassa parla col proprietario e chi chiede la data di uscita dell’ultimo film di Spielberg. Tra il vociferare si staglia sempre un “ma sì, quello famoso con De Niro” e anche un “dai, prendiamo questo che ce lo vediamo stasera!”. Il bello del noleggio era che noleggiare una novità è come andare al cinema ma ad un prezzo più basso, per recuperare il film che, purtroppo, nessuno aveva voglia di vedere con te o che davano proprio il giorno del vostro primo appuntamento (anche se, magari, di quello ne vorreste una copia sempre a disposizione sulla mensola vicino alla TV). C’è chi noleggia un film per sentito dire da un amico con dubbi gusti e chi, invece, compra a colpo sicuro il premio Oscar dell’anno. E c’era anche il gruppetto di amici con una busta piena di cartucce, dischetti e un console nuova di zecca, che stava decidendo la miglior maniera per accontentare anche le ragazze.

Okay, il film per il dopo cena c’è, la console per i ragazzi pure, le ragazze hanno deciso che cucineranno penne alla vodka e poi si vedrà. Sì, ma… la musica? Beh, questa è un’altra storia (o un altro negozio)…

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