Fisico vs Digitale parte 3: i negozi di dischi

Ed eccoci finalmente all’attesissima terza, nonché ultima, parte di questo viaggio attraverso l’eterna diatriba tra fisico e digitale, ovvero quella riguardante la musica. Questa è la parte che più mi sta a cuore (anche solo per il fatto che è il mio interesse principale e l’ambito in cui spendo più soldi e tempo, sebbene anche videogiochi e film non siano da meno soprattutto se di vecchia data). Rispetto agli altri due mercati, quello della musica ha dalla sua il numero maggiore di formati fisici disponibili sul mercato. Se per i videogiochi i formati fisici attualmente sul mercato (ovvero sui quali vengono distribuite le nuove uscite) sono solo Blu-Ray e schede (vero, Nintendo?), se per il mercato del cinema casalingo si hanno DVD, Blu-Ray e Blu-Ray UHD (o 4k come talvolta vengono impropriamente chiamati), per il mercato audio si va ben oltre: CD (e la loro variante SHM, Super High Material ovvero CD creati con un policarbonato che facilita la lettura da parte del laser), SACD (Super Audio CD, un formato in alta definizione, talvolta fabbricato anche nella variante SHM), DVD Audio, Blu-Ray Audio, vilini (7, 10 e 12 pollici) e perfino le musicassette. E, come di consueto, andiamo con ordine e analizziamo pro e contro del formato fisico in campo musicale!

Formato fisico e musica: come e perché

Come detto poc’anzi, il mercato dell’intrattenimento audio presenta una quantità notevole di supporti presenti ad oggi (sì, avete capito bene, oggi, 2019, gli album e le compilation vengono prodotte in uno o più di questi formati, spesso almeno 2 o 3); ogni formato presenta i propri pro e contro dettati sia dal loro funzionamento ché dal modo in cui la musica viene memorizzata su di essi. Ma, prima ancora di analizzare questi fattori, vorrei mostrare il motivo principale per cui scegliere il formato fisico rispetto a quello digitale: le rimasterizzazioni. Dio, quanto ho paura della parola “remaster” apposta da qualche parte in copertina. Il motivo? Semplice: loudness war, ovvero la guerra del più rumoroso. Non è oggetto di questo articolo parlare di dinamica sonora e rimasterizzazioni in maniera approfondita, quindi vi farò un brevissimo riassunto (se avete per caso letto la mia guida all’acquisto dei CD dei Queen ne saprete già qualcosa). La musica è tale perché è l’unione di silenzio e rumore. Maggiori sono le differenze tra silenzio e rumore, più armoniosa, piacevole ed emozionante è un brano musicale (ovvero più il brano è dinamico, cioè il volume percepito varia). Unico inconveniente di un brano dinamico è che per avere tale differenza, spesso le parti basse suonano troppo basse, portando ad un doveroso alzamento del volume dell’impianto (il che non per forza è qualcosa di negativo, anche perché a quanti piace mettere a palla una canzone? Per non dimenticare del fatto che più è alto il volume più informazioni riesce a cogliere il nostro orecchio). E allora, basta alzare il volume della sorgente (la canzone) per non dover alzare troppo il volume dello stereo, giusto? Sì ma c’è un problemino: esiste un valore massimo oltre il quale “aumentare l’intensità del segnale” comporta la produzione di un suono distorto. È qui che entra in gioco la compressione, ovvero un filtro che permette di comprimere la dinamica aumentando la “spinta” e la potenza del suono. Ed ecco che l’industria discografica è andata alla ricerca del suono più forte perché più forte è meglio (peccato che una sinfonia di musica classica senza dinamica non esisterebbe più, così come tantissime canzoni pop e rock), portando sul mercato versioni più “potenti” delle canzoni (vecchie e nuove). Ovviamente non faccio di tutta l’erba un fascio, esistono rimasterizzazioni fatte coi fiocchi, ma diciamo che rispetto al totale non sono poi troppe. Secondo questo principio, quindi, la versione di Jump dei Van Halen presente su Tidal o simili è l’ulitma rimasterizzazione (disponibile anche su CD) e non la versione non rimasterizzata (generalmente più dinamica) presente solo su CD, vinili e cassette andati in stampa prima che venisse effettuata la rimasterizzazione.

Il secondo fattore a favore del supporto fisico è il collezionismo e la sua pronta disponibilità duratura, ma di ciò ne ho già parlato nei precedenti articoli. Assieme al collezionismo, alle volte il supporto fisico ha il vataggio di fornire contenuti extra (tracce bonus, libretti, poster, magliette, dvd bonus…), anche se non è infrequente che acquistando su iTunes (unico servizio a me noto, assieme a Bandcamp, a fornire extra non audio) siano inclusi libretti e videoclip (ovviamente in formato digitale e con qualità non sempre uguale a quella presente nella controparte fisica). Ovviamente tali extra (escludendo le tracce bonus, poiché ogni artista e piattaforma ha le sue politiche, basti sapere che esistono album con tracce bonus diversi a seconda della piattaforma, formato e regione in cui vengono venduti) non sono presenti nei servizi di streaming. E qui si arriva ad un altro vantaggio del formato fisico rispetto a molti (non tutti) i servizi di contenuti digitali (streaming o meno): la qualità.

Prima di continuare, è bene aprire una piccola parentesi. Come detto in altri articoli, il suono è un’onda. Se su un vinile o un nastro magnetico è possibile registrare il suono a partire dalle vibrazioni che esso genera o dall’energia elettrica da esso derivata, per quelle digitali è necessario convertire il suono in dati. Questa operazione viene eseguita mediante un’equazione matematica che genera un grafico (una specie di onda) molto simile a quella del suono di partenza. Più simile sono le onde, più fedele è il suono. Il fattore che influenza questa somiglianza è la quantità di punti, in un secondo, che sono identici all’onda di partenza (in realtà non è proprio così, poiché si considerano quante volte in un secondo il sistema preleva informazioni dalla sorgente e le converte in punti per cui deve passare il grafico). Questi “campioni al secondo” sono i Bit (16 per i CD, gli mp3 e i comuni servizi di streaming, 24 o più per i file in alta definizione, 1 per i Super Audio CD, che, però, utilizzano una diversa strategia per memorizzare l’informazione sonora, garantendo un’altissima fedeltà). Diverso è il discorso frequenze. L’orecchio umano percepisce le frequenze tra i 20 Hz e i 20.000 Hz (20 kHz). In fase di mixaggio e masterizzazione, però, capita che l’inserimento di effetti o l’equalizzazione di una traccia porti ad un aumentato volume di talune frequenze che rischiano di saturare il segnale generando distorsione e artefatti. L’utilizzo di uno spettro di frequenze più ampio (comuni 44,1 kHz come nei CD, 48 kHz come nei DVD, 192 kHz) garantisce una maggiore trasparenza sonora senza appesantire le frequenze udibili né sovraccaricare il sistema. Detto ciò è bene anche ricordare l’esistenza di sistemi di codifica con perdita di informazioni (lossy) e senza perdita (lossless) [per ulteriori informazioni vi rimando alla discussione fatta sull’articolo relativo alle videoteche]. È infatti noto che i principali servizi di streaming (Spotify, Google Play, Tim Music, Apple Music, Amazon) e di acquisto (iTunes, Google Play, Amazon) offrano, anche nella loro massima qualità disponibile, dell’audio digitale in formato lossy [con perdita di qualità]. Di contro, esistono negozi (7digital, HDtracks, Bandcamp) e servizi streaming (Tidal, Qobuz, Deezer) che offrono un’elevata qualità e definizione sonora (alle volte superiore a quella offerta da un comune CD, anche se, come detto prima, può capitare che la versione in formato non fisico sia quella rimasterizzata, portando a casi in cui si abbia una qualità eccezionale di una canzone mal masterizzata). Ma per le canzoni di cui non esiste una rimasterizzazione? In questi casi, il fattore qualità è dipendente solo dal formato scelto, fisico o meno. Abbiamo appena detto che esistono negozi e servizi di musica liquida (ovvero non fisica) capaci di offrire una qualità superiore al CD; la domanda sorge spontanea: esistono formati fisici in grado di competere? La risposta è sì. Tra i formati fisici digitali troviamo il Super Audio CD, il DVD-Audio e il Blu-ray audio, tutti in grado di fornire audio non compresso con frequenze e precisione in alcuni casi maggiori alle controparti non fisiche. Tra i formati analogici, invece, si fa spazio il nastro magnetico su bobina (in inglese chiamato Reel-to-Reel), non dissimile dal nastro su cui vengono incise le registrazioni originali in formato analogico (ma che beneficia della dimensione maggiore e della velocità di scorrimento maggiore, che garantisce una qualità audio elevatissima ancor oggi ricercata). Il vinile meriterebbe un discorso a parte, ma basti sapere che, in teoria, l’intervallo di frequenze registrabili su vinile è il più ampio in assoluto, seppur di difficile applicazione tecnica. La musicassetta, invece, ha un intervallo di frequenze dipendente dal tipo di nastro ma mai superiore a 22 kHz (che è comunque oltre l’udibile umano). Certo, per sentire bene ci vuole anche un impianto stereo che suoni bene (e, quindi, che costi un pochino).

Ultimo punto peculiare del formato fisico analogico è il suono. È universalmente accettato che il CD sia più accurato e fedele del vinile, restituendo un suono sempre uguale a sé stesso ad ogni ascolto. È altresì vero che il suono del vinile è unico e più caldo e, solitamente, meno compresso (anche in virtù del fatto che per essere incisa su un vinile, la musica richiede una masterizzazione particolare). Falso mito, invece, è che le cassette suonino peggio del vinile o del CD. In realtà, con la giusta apparecchiatura, la giusta cassetta e le giuste impostazioni di equalizzatore e riduzione del rumore, cassetta e CD (e, alle volte, cassetta e vinile) risultano indistinguibili. Ma qui non si vuole fare un confronto tra i vari formati fisici, badate bene (anche perché altrimenti l’articolo durerebbe un’infinità).

I negozi di dischi

Nel nostro viaggio virtuale eravamo rimasti ad una cena tra videogiochi, stuzzichini, pop corn e un bel film. Cosa manca in tutto ciò? Ma ovviamente la musica di sottofondo! E quale posto migliore per recuperare un bel disco se non un negozio di dischi? Iniziamo col distinguere due tipi di negozi di dischi: quelli indipendenti (alle volte specializzati anche in un solo genere o formato) e le grandi catene (tipo Mondadori o Feltrinelli, le quali, in realtà, gestiscono anche film, libri e fumetti). Se dei negozi di videogiochi indipendenti e delle videoteche nella mia zona non se ne vede minimamente l’ombra, lo stesso discorso non vale per i negozi di dischi; nella fattispecie ne ho uno a 15 minuti a piedi da casa mia, di cui posso considerarmi un affezionato cliente, tra CD, musicassette, vinili, edizioni limitate eccetera. La prima cosa che caratterizza questi negozi è il senso di confort che trovi una volta entrato. Più che un negozio è come entrare nella collezione privata di qualcuno che ti lascia ammirare e prendere ciò che ti stimola e ti aggrada. Appena varchi la porta la musica diventa la protagonista, non solo quella che esce dalle casse. I proprietari spesso ti conoscono per nome, cercano di conoscere i tuoi gusti e proporti sempre qualche chicca (a volte in anteprima, a volte un ascolto prima dell’acquisto). Tipico è il tenerti da parte qualcosa o farti frugare tra i residui di magazzino vecchi di anni che non interessano a nessuno. Ti chiedono di partecipare agli eventi, ti raccontano delle loro avventure musicali, si chiacchera di musica e non solo. Spesso trovi quell’edizione originale non rimasterizzata o quel vinile che tanto cercavi (e se non c’è si può sempre ordinare direttamente all’etichetta discografica). Libero di dare un’occhiata ai diversi titoli, nei diversi formati. Il vecchio accanto al nuovo, il classico accanto al rivoluzionario, dove una corsia prima scorri trai CD dei Queen e quella dopo stai guardando i vinili di John Lee Hoker, dove il DVD del concerto dei Deep Purple è accanto alla musicassetta della 7° di Beethoven, tra un poster promozionale sul muro e una maglietta incorniciata. Sono posti vivi, dove la gente va perché vuole comprare la musica che ama ma anche per passare del tempo, per scoprire qualcosa di nuovo, per sentire un piccolo concerto acustico.

Siamo, dunque, giunti al termine di questa breve ma intensa (ri)scoperta della cultura dell’acquisto fisico. Avrete di certo notato che molte cose che sto dicendo in questi articoli sono simili se non identiche: questo perché, in fondo, cambia la merce ma non l’essenza. Sono una piccola realtà, come ogni negozio indipendente specializzato, dai videogiochi ai film, dai libri alla musica. Chi apre questi negozi lo fa per seguire una passione e per ascoltare il cuore, non certo per gli affari. È vero, questi negozi alle volte sono più cari delle grandi catene (N.B. alle volte) ma quello che paghi non è solo un oggetto: paghi il valore dello stare assieme, paghi la comunicazione, il servizio, la passione. Questi negozi sono il vero Amazon. Questi negozi sono i veri “social”.