Burghy – il fast food che non c’era

Milano, 1981, una giornata come tante altre. Nel grigiore di piazza San Babila si staglia un’insegna rossa e gialla, indicazione di un paso veloce assicurato. Orde di ragazzini vestiti alla moda, l’ultimo nastro dei Duran Duran nel Walkman, scarponcini Timperland con calzino a quadri Burlington, Moncler Grenoble sopra una felpa Best Company, Stone Island, El Carro, squinze con una gomma americana tra le labbra e un unico pensiero tra la testa: non pensare. Anni dopo un rapper di Molfetta avrebbe cantato “gli anni di piombo, le stragi, i sequestri / ma no, non mi interessano argomenti come questi!”, che pur non volendo essere la voce di questa gente ben si presta a descrivere i tipetti in fila per un hamburger all’americana e una coca media alla spina, i ragazzi che non vogliono vivere col peso della politica sulle spalle. Ma si sa, ogni gruppo che si rispetti, ogni movimento a cui appartenere per cercare la propria identità, un nome deve pur averlo. E quale nome migliore se non paninari? dopotutto tutto iniziò col ritrovarsi al bar Il Panino. Ma ci volle poco perché il testimone passò a un posto più grande, più comodo, più centrale. Questo posto era Burghy.

Un panino da supermercato

Siamo nel 1981 e la Società Meridionale di Elettricità (SME), che ormai da vent’anni era un gigante nell’alimentare coi suoi supermercati GS con l’acquisto nel 1970 della Cirio, decide che se i suoi Autogrill sono LA sosta in autostrada per antonomasia, perché non provare a creare IL fast-food per antonomasia? Fu così che un anno dopo, in piazza San Babila a Milano, fece la sua comparsa un nuovo ristorante, fabbrica di succulenti panini a base di carne. Sto parlando di Burghy, quell’angolo di America dal logo giallo e tondeggiante. Dopo pochi anni sono già 5 i punti vendita. Dopo 4 anni, nel 1986, sono 20 e tutto cambia (in positivo). GS decide di vendere e baracca e burattini passano nelle mani del gruppo Cremonini SpA. Forse il nome non vi dice nulla. Proviamo così: se vi dicessi Manzotin, Roadhouse, STAR vi suonano familiari? Avete capito bene, sono tutti marchi controllati dalla stessa azienda. Mica un novellino. Tant’è che Burghy, che con una crescita annua del 19% vide il suo picco nel 1995 con ben 96 punti vendita (dislocati soprattutto nel nord Italia) diventa un colosso della ristorazione al punto da far paura a Mc Donald’s (che non era mai riuscita a imporsi nel Bel Paese proprio per la noema e il successo di Burghy). Centro di ritrovo nevralgico della gioventù del capoluogo lombardo, orde di ragazzi e ragazze facevano la fila per una delle sue gustose pietanze calde. Successo che permise di aprire addirittura dei drive-in a metà anni 90 e di sponsorizzare per due anni, alternativamente, la Pallacanestro Modena e la Virtus Roma.
E per i più piccini c’erano anche le sorprese: pupazzetti da collezione recanti la mascotte Willy Denty (e i suoi comprimari Mr. Burghy, Freddy la cola e Patty la confezione di patatine fritte), palloni da spiaggia, Food Fighters Mattel e videocassette dei cartoni, quali Puffi e Tom & Jerry, le quali iniziavano con la pubblicità di Burghy nella quale un cowboy si reca in uno dei ristoranti. Insomma, Burghy è per tutti, Burghy va a gonfie vele.

Il Crispy King McBacon

A tirare le redini della catena era Vincenzo Cremonini, l’americano di famiglia, soprannome datogli dal padre in seguito al viaggio negli Stati Uniti avvenuto nel 1986 che gli permise di iscriversi e laurearsi alla Boston University in buisness administration. Sua l’idea di comprare l’azienda (che agli inizi degli anni ’80 perdeva quasi quanto fatturava) quindi suo il compito di gestirla. Unico problema, se così si può chiamare, era che, se pur fosse la numero uno in Italia, altrettanto non si poteva dire della situazione nel resto del mondo, dove McDonald’s apriva un ristorante ogni 3 ore e sfornava 28 mila pranzi al giorno. Nel 1988 il gruppo Cremonini SpA acquisì Quick e Burger One di proprietà, rispettivamente, di Rinascente e Perfetti (sì, la stessa che produce le gomme da masticare Daygum e le caramelle Golia). Tutto diventava Burghy. Tutto tranne il tritacarne dell’Illinois che, ironia della sorte, porta gli stessi colori del panino all’italiana. Ai piani alti questo si sa e si sa anche che il resto del continente è più grande di una nazione sola. È il 22 marzo 1996 quando viene venduto il panino più caro del mondo: 200 miliardi di lire (poco più di 146 milioni di euro di oggi). È fatta, ormai Burghy è ufficialmente una realtà d’oltre oceano. C’è, però, una piccola clausola nel contratto che garantisce che non tutto Burghy (o McDonald’s, vista la fusione) sia a stelle e strisce: si stabilì, infatti, che la carne sarebbe stata fornita alla società proprio dal gruppo Cremonini SpA (cosa che avviene tutt’oggi, nel 2020). Il marchio Burghy cessa definitivamente di esistere nel marzo 2007, quando chiude l’ultimo e inesorabile sopravvissuto, quello gestito da Daniele Fiorentini a Casalecchio di Reno (BO). Tutto quel che rimane oggi di questo marchio sono sono qualche foto, un paio di video ma, soprattutto, un panino. Infatti pochi sanno che il Crispy McBacon, venduto in esclusiva nel nostro paese, altri non è che il vecchio King Bacon sotto altro nome (con una probabile lieve modifica nella salsa e nella pane). E ora scusate ma mi è venuta fame: andrò a farmi un bel Big Burghy. Alla prossima e ricordate: più gusto di Burghy nessuno ti dà