Rubik: lo strabiliante cubo

Ora, io dico: va bene che negli anni 80 anche Wanna Marchi fece una canzone, va bene che erano i tempi dei bellissimi giuochi elettronici LCD tascabili… Ma a tutto c’è un limite. No, non sto parlando del rompicapo più famoso del mondo, simbolo di quel decennio. Sto parlando di una cosa che va oltre ogni immaginazione e logica umana; più che strabiliante direi stupefacente (sì forse ci potrebbe essere un doppio senso). Signori e signore, date il benvenuto al vostro peggiore incubo: Rubik: the Amazing Cube, ovvero la serie animata basata e ispirata al celeberrimo solido colorato. Sigla (ho sempre voluto dirlo).

Non è magnifico tutto ciò? Mi viene voglia di darmi fuoco!

Da cubo a cul(t)o

Per poter parlare di questa perla dell’animazione dobbiamo procedere con ordine e iniziare a capire come si sia arrivati a questo errore nonché a quale mente sia da attribuire la colpa. La risposta alla prima domanda è molto semplice: tutto merito di un brevetto ungherese del 1975 registrato da un professore di architettura dell’Università delle arti e del design di Budapest, oggi rispondente al nome di Università Moholy-Nagy di Arte e Design. Il nome del professore? Erno Rubik. Quello che sarebbe dovuto essere uno strumento didattico (a detta di Rubik avrebbe aiutato a sviluppare la capacità degli studenti di architettura di valutare un problema da più angolazioni differenti) divenne poi il puzzle simbolo di un decennio. Ora spostiamoci di qualche chilometro, tipo negli Stati Uniti d’America. È l’autunno del 1983 e sull’emittente televisiva ABC, come ogni sabato mattina, vanno in onda i cartoni animati. Si sa, i bambini amano i cartoni, i cereali e, soprattutto, i giocattoli. Siamo nel paese del nazionalismo per eccellenza, dove piuttosto che doppiare un film lo si rigira. Ora, secondo voi, pur avendo potuto comprare la licenza per una delle miriadi di serie di animazione giapponese, cosa facevano oltreoceano? Trasmettevano i pilastri del Sol Levante? Ma certo che no, sciocchini; piuttosto si fa tutto in casa. Tenete ben a mente quello che ho appena detto, ci servirà tra non molto.

Abbiamo capito che servivano nuovi cartoni, possibilmente che potessero far fare un buon introito ai produttori di bambole e soldatini. Ho detto nuovi al plurale perché, come si sa, un episodio di un comunissimo cartone dura all’incirca dai 20 ai 30 minuti (molto spostato sui 30 se teniamo conto che in America ci sono pause pubblicitarie appena possibile). Mezzo problema venne risolto in fretta, grazie al mitico studio Hanna-Barbera e alla sua ultima fatica made in U.S.A.: Pac-Man the Animated Series (tipico videogioco americano no? Dopotutto Tokyo è in California). Ricordate quello detto poc’anzi? Bene perché qui si sono appena contraddetti. Se vi state domandano cosa c’entri l’omino giallo con la nostra storia, la colpa è da imputare alla Ruby-Spears ovvero la casa di produzione nata da due ex tecnici del suono della Hanna-Barbera. Ora, da rumorista/fonico ad animatore ne passa di acqua sotto i ponti. Sappiamo tutti come andò a finire.

Un’ora di puro giubilo.

L’epopea di un giocattolo

La domanda lecita, arrivati sin qui, è: perché? di cosa parla questo sublime gioiello, punta di diamante del dimenticatoio dell’orrore? Siccome ho sofferto per voi guardando ciò che il popolo di internet ha conservato per i posteri (tradotto: qualche spezzone e un intero episodio natalizio andato in onda il 19 novembre 1983) ritengo giusto rendervi partecipi del mio dolore. La trama generale ruota attorno a Rubik, un cubo magico caduto dalla carrozza di uno stregone malvagio. Finito nelle mani di tre fratelli, gli ispanici e poco stereotipati Carlos, Lisa e Reynaldo Rodriguez, li accompagnerà in numerose avventure (13) tra tentativi di recupero da parte del mago e avversari più “comuni” del calibro di bulli e ladri. Tutto questo viene comunque ripetuto ad ogni puntata grazie alle suadenti note della sigla iniziale cantata nientepopodimeno che dalla boy band portoricana Menudo. Chi sono costoro? Non lo so, ma stando ad alcune ricerche risultano essere uno dei maggiori gruppi musicali pop dell’America Latina, arrivando a circa 20 milioni di dischi venduti (di cui forse solo due entrati in classifica negli Stati Uniti). Canzone a parte, a favore della sigla sì può dire che era prassi comune in quel decennio la formula intro = riassunto al fine di fare fidelizzare il maggior numero di spettatori possibili: difatti, da qualsiasi puntata si iniziasse a guardare la serie, sì era in grado di seguire tutte le vicende a venire.

Fatto questo cenno sulla trama, parliamo dell’aspetto magico del cartone: i poteri. Poteri che potevano venire sfruttati solo quando il simpatico rompicapo fosse stato risolto. Inutile dire che, quindi, in ogni puntata, a fini drammatici (cito Wikipedia), il cubo veniva rimescolato nei modi più improbabili e realistici, come in seguito alle vibrazioni durante un viaggio su un pick-up (segno che li sceneggiatori avevano sotto mano un esemplare di cubo cinese di pessima fattura). Non indugiamo oltre, allora, e andiamo a vedere di quali poteri era dotato il colorato solido con la faccia da culo goblin (ogni riferimento erotico sarà puramente casuale):

  • Telecinesi (può far muovere le cose);
  • Può cambiare forma;
  • Può mutare le proprie dimensioni (e non solo le sue);
  • Può viaggiare nel tempo;
  • Può teletrasportarsi;
  • Ultimo, ma non meno importante, può trasformare le persone in animali.

Più potente di Goku e Harry Potter messi assieme. Prima di dare un’occhiata al comparto tecnico, vorrei ricordarvi che i Flistones sono datati 1963 e Scooby-Doo è del 1967 (tra l’altro i già citati Ruby e Spears lavorarono proprio a quest’ultimo). Bene, ora che abbiamo fissato del riferimenti di 15 anni prima, possiamo gridare a gran voce che, sotto l’aspetto artistico, la corazzata Potëmkin Rubik the Amazing Cube è una cagata pazzesca. Non sto scherzando. A parte un doppiaggio imbarazzante che nemmeno un cinegiornale dell’istituto LUCE, l’unica cosa che si salva sono i personaggi secondari, i veicoli e, alle volte (quando ci sono), i fondali. I protagonisti hanno una mimica facciale in totale contrasto col doppiaggio e un design discutibile mentre ancora peggio sono i genitori dei ragazzini, usciti da un libro di catechismo con animazioni fluide come un film degli anni 30. A peggiorare la situazione c’è lui, il cubo di Rubik: praticamente un incrocio tra un Gremlin, Goblin e il rompicapo, con una voce per nulla irritante realizzata esattamente come quella di Alvin e i chipmunks.

In caso non fossi stato abbastanza chiaro

Cos’altro aggiungere a cotanta magnificenza? Beh, ovviamente una sceneggiatura un po’ deboluccia (giusto perché di carne al fuoco non ce n’era abbastanza). 13 episodi andati in onda dal 10 settembre 1983 al dicembre dello stesso anno (con una campagna pubblicitaria relativamente potente in grado di generare eccitazione e curiosità nei bambini), per poi essere riciclati come ultimo canto della fenice dal maggio all’agosto del 1985, probabilmente più per sfruttare i nastri d’archivio che per l’esistenza di qualche fan club. E siccome tutto il male vien per nuocere, dobbiamo ringraziare questo show con i suoi personaggi dal velato sapor latino se oggi possiamo visionare sul piccolo schermo quella simpatica bambina ispanica di Dora l’esploratrice. Addio e grazie per tutti gli incubi.

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