PlayStation: una console, tante cuetodie

Tutti conoscono la PlayStation, la gloriosa console di Sony che nel 1994 si prese (con merito) le luci della ribalta del mondo videoludico. Il parallelepipedo grigio che cambiò la concezione del giocare, entrando nelle case di milioni di persone nel mondo a prezzi competitivi. Tanto si può dire (e tanto si è già detto) di questo gioiellino di tecnologia che, ancora oggi, è capace di far emozionare e crescere diverse generazioni di videogiocatori. Chiunque sia nato prima del 2000 credo abbia visto una PS1 (o PSX come è erroneamente nota nell’ambiente della pirateria e programmazione) ma, ne sono altrettanto convinto, non tutti avranno avuto modo di vedere le varie confezioni con cui venivano venduti i titoli compatibili; concorderete con me che sia giunto il momento di colmare questa lacuna. Mi scuso in anticipo per le ripetizioni e per l’uso elevato di termini inglesi (rispetto ai miei standard) ma, purtroppo, i termini sono limitati e non sostituibili. Con questo articolo, inauguriamo l’approdo della “plei” su queste pagine digitali facendolo nel modo che contraddistingue questo blog: andando con ordine e calma.

Dal Giappone con furore

Iniziamo dal paese che diede i natali alla PlayStation. Popolo pratico e di grande ingegno i giapponesi; talmente pratici da aver avuto solo 3 varianti di confezionamento. In primo luogo, venne usato un tipo di custodia derivato dal mercato musicale; nello specifico, Sony optò per le custodie utilizzate per gli album doppi (come The Wall dei Pink Floyd), note come “fatbox”, a prescindere dal numero di CD del gioco. Ci si trovava, quindi, con uno dei due alloggiamenti inutilizzati: da qui l’idea di includere CD bonus o demo. Questa pratica, però, venne, in seguito, limitata ai titoli maggiori rilasciati in più dischi (come Final Fantasy VII), portando all’utilizzo, per i giochi a disco singolo, di una variante delle custodie più bassa ma dai bordi più spessi e dal colore grigiastro (chiamata “extra wide jewel case” o “dark grey case”, dove “jewel case” è il nome delle comuni custodie in plastica per compact disc musicali), che manteneva le caratteristiche di robustezza e riconoscibilità. Qualche anno dopo, fecero la loro comparsa sul mercato le confezioni standard (talvolta con inserti trasparenti) a cui accennavo prima, unificando il mercato audio e videoludico di Sony. Verso la fine millennio si ebbe, in maniera circoscritta e limitata, il passaggio ad un nuovo tipo di custodie, ma lo vedremo alla fine di questo articolo (capirete poi il perché).

Una panoramica delle custodie citate: 1) Fatbox con dettaglio del dorsale 2) Dark grey o extra Wide con la fascetta laterale 3) La classica jewel case.

Tu vuo’ fa’ l’americano

Il prossimo paese che visitiamo sono gli Stati Uniti d’America. Rispetto agli asiatici, qui abbiamo 5 tipi di confezionamento. Il primo tipo è comunemente noto col nome di “jewel longbox” o “long jewelcase” e il motivo di questo nome è presto detto: il design ricorda le comuni jewel case in uso in Giappone, con la sostanziale differenza di essere allungata. Messe sul mercato nel 1994 (assieme alla console) e ritirate verso metà dell’anno successivo, sono caratterizzate da le medesime confezioni usate da SEGA per il suo catalogo SEGA CD e SEGA Saturn. Se non dover ricorrere ad una linea produttiva dedicata abbatteva i costi di produzione (dal momento in cui venivano commissionate all’azienda che già le produceva per conto di SEGA), l’uguaglianza del design si rivelò un punto a sfavore, portando nei consumatori una sgradevole e involontaria associazione tra le due case videoludiche (visto sia lo scarso successo del SEGA CD e che la rivalità tra le stesse ditte), la divisione a stelle e strisce pensò di progettare una custodia personalizzata dalle linee più “grosse” e pompose che rispecchiavano sia le linee della console stessa sia le campagne dell’epoca con le quali Sony pubblicizzava la sua PlayStation in America: una console enormemente potente e distinguibile a colpo d’occhio. Questa seconda generazione di custodie manteneva le medesime dimensioni ma presentava le copertine (fronte e retro) in cartoncino spesso incollato direttamente agli inserti in plastica, con la necessità di avere un manuale separato all’interno (che, nelle confezioni della precedente generazione, era parte integrante della copertina). Il CD era allocato centralmente, spesso posto sopra a una grafica in cartoncino personalizzata (anziché il classico fondo nero della custodia) e protetto (come nelle jewel longbox) da un rettangolo di gommapiuma grigia. Design vincente ma costi proibitivi se rapportati al numero di copie prodotte fecero variare nuovamente il tipo di confezionamento: si passò ad una scatola in cartone (cardboard) simile a quelle utilizzate per i giochi per computer; da notare come la copertina frontale presentava, lungo il bordo sinistro, il design della seconda generazione (in questo caso, però, non era né in rilievo né in plastica bensì una semplice stampa). Siamo ancora al 1996 e qui avviene il quarto e ultimo cambio, utilizzando le medesime jewel case dei CD musicali e stampando all’interno l’iconica grafica ondulata (esclusiva del mercato americano). Prima che mi diciate che non tornano i conti rispetto a quanto detto a inizio paragrafo, vi svelo l’arcano: per i giochi distribuiti in più CD (esempio Resident Evil 2), venivano usate le versioni fatbox.

Le varianti americane: 1) Longbox jewel case 2) La variante dai bordi in rilievo 3) Cardboard 4) Jewel case con inserto trasparente.

La situazione Europa

Come avrete notato, siamo andati in un crescendo di situazioni (prima 4, poi 5). Come potete immaginare, dunque, il mercato europeo è stato quello più bombardato di custodie e confezionamenti dal punto di vista quantitativo. Prima di continuare, è bene fare una piccola premessa: se per i mercati precedenti ci si trovava a dover produrre manuali in una sola lingua, in Europa, la maggior parte delle volte, si produceva un unico manuale contenente tutte le lingue dei paesi in cui il videogioco sarebbe stato commercializzato. Il risultato è l’aumento di spessore del libretto di istruzioni, con conseguente necessità di adattare i confezionamenti esistenti e impossibilità dell’utilizzo della jewel case. Unica eccezione a me nota è un’edizione PAL di Actua Soccer, pubblicato con manuale nella sola lingua inglese e disco singolo (probabilmente, però, è un’edizione per il mercato Australiano). A parte questo caso, come dicevamo, si aveva la necessità di avere delle custodie più spesse per poter alloggiare le voluminose istruzioni. La prima soluzione fu quella di fare come i giapponesi, ovvero di utilizzare le più ingombranti fatbox anche per giochi a disco singolo (prima) e la variante extra wide (poi), dato che queste, per conformazione degli alloggi in plastica per i CD e per la copertina, garantivano l’inserimento del manuale. Piccola curiosità: dato l’utilizzo delle custodie “doppie” anche in nord America, i giochi che utilizzavano questo confezionamento erano principalmente americani; in maniera simile, i titoli giapponesi (Namco su tutte) godevano dell’utilizzo delle confezioni tipiche del mercato nipponico. Una seconda soluzione fu, per contrapposizione, di fare come gli statunitensi, utilizzando le custodie cartonate (cardboard); fu subito scartata e solo 4 titoli (Mortal Kombat 3, Warhawk, Tekken e, in seguito, NBA Jam 97) vennero commercializzati in queste confezioni. Quando, tra il 1996 e il 1997, entrambi i mercati esteri adottarono le jewel case, si rese necessario progettare un nuovo tipo di custodia. Una versione preliminare fu usata, ad esempio, per la prima stampa di Micro Maniacs della Codemasters; non è identificata da nome alcuno e ha due caratteristiche importanti che la differenziano dalla dark grey case: l’altezza maggiore (non più come quella standard dei CD musicali) e i profili laterali “monoblocco” (non più sagomati) con inciso la scritta “PlayStation”. Il passo successivo fu quello di incidere il marchio, oltre che sui bordi, anche sull’alloggio del gioco e di rendere zigrinati e trasparenti i bordi; è quest’ultima caratteristica a dare alla nuova custodia il nome di “clear case”. Unica costante del mercato europeo è la colorazione grigio opaca delle plastiche, a differenza degli altri paesi in cui le jewel case presentavano tutti gli inserti trasparenti. Discorso a parte lo fanno le confezioni destinate al noleggio, formate da un monoblocco di plastica nera (non più grigiastra), che ricorda le future custodie dei DVD (chiamate Keep Case), con una grafica ridotta e semplificata (anche nel manuale).

E queste sono le varie custodie susseguitesi sui territori con standard televisivo PAL; scusatemi ma se non avessi inserito i nomi nell’immagine, la didascalia sarebbe risultata troppo lunga.

Non solo custodie

Altra particolarità, oltre che nelle custodie, risiede nelle copertine. Tutte le copertine destinate al mercato americano presentavano verticalmente sulla sinistra la scritta “PlayStation” bianco su nero, mentre quelle destinate alla vendita nel sol levante avevano la grafica a piena copertina, recanti semplicemente il logo della console. Ibrido è il discorso relativo all’Europa, dove agli inizi si aveva una grafica simile quella nipponica, cambiata poi in una più simile a quella americana (con la differenza che “PlayStation” era scritto in orizzontale in basso). Per le edizioni (o ristampe) “economiche” dei grandi successi di vendite, in Giappone i giochi venivano pubblicati sotto denominazione “The Best”, con copertina rimpicciolita su sfondo bianco e la dicitura gialla “PlayStation The Best” in alto. A partire dagli anni duemila, con l’uscita della PSOne, il modello rivisto della console, l’etichetta economica divenne “PS One Books”, caratterizzata da una copertina molto simile a quella originale ma due sostanziali differenze: la dicitura “PS One Books” sull’OBI (“cintura” ovvero quel rettangolo di carta che nelle edizioni giapponesi avvolge il bordo sinistro delle custodie) e, molto più caratteristica, l’adozione di una confezione più bassa delle standard jewel case, un ibrido tra quelle usate per i CD singoli e quelle slim utilizzate per le confezioni da 10 CD confezionati singolarmente, con conseguente necessità di tenere il manuale di istruzioni separato dalla custodia (nella fattispecie veniva incluso tra la custodia e la pellicola che sigilla i nuovi CD). La situazione in America era semplificata, con la collana “Greatest Hits” (riconoscibile dalle grafiche verdi fluo), mentre da noi era in uso la dicitura “Platinum” (identificabile dalle bande di color, indovinate, platino e argento).

Può sembrare curioso come nel corso degli anni ci siano stati così tanti cambiamenti per distribuire, alla fin fine, lo stesso tipo di contenuto; in realtà non è una cosa così poco comune nella storia dei videogiochi (basti pensare al design non unificato delle confezioni dei giochi per il NES distribuite sul suolo americano) e, se da un lato può aumentare il fattore collezionismo, dall’altro può portare a una grande confusione. Oggi la tendenza è quella del formato unificato per mercati differenti (anche nel modello grafico delle copertine), lasciando al collezionismo i casi di confezionamento differente. Si conclude così la nostra incursione nel mondo del confezionamento e delle custodie, vi devo lasciare perché (finalmente) si è caricata la cassetta di Ghostbusters II sul Commodore64. Alla prossima!

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