Sanremo: il festival della televisione italiana

Come dite, non è questo il sottotitolo? È solo una rassegna musicale? Ne siete proprio sicuri? Anche quest’anno il festival di Sanremo si è concluso: canzoni più o meno belle, performance più o meno memorabili, artisti che rimarranno nella storia e altri che lo sono già stati, finalmente abbiamo scoperto dov’è Bugo (ma ora non sappiamo dove sia Morgan), i Nåziskin. Ma, ovviamente, come ben saprete se siete fedeli e assidui frequentatori di questo blog qui non si parla mai di notizie fresche fresche, di novità e ultimi titoli sui rotocalchi, oh no: qui si parla di storia, storia che non sempre si trova sui libri e che, a volte, è rimasta accantonata nel dimenticatoio. Ed è un peccato che certe perle della nostra cultura svaniscano così, nel nulla, dopo pochi anni, soprattutto quando le chicche trascurate dai ricordi dell’uomo hanno quel non so che di affascinante, di artistico, di stupendo… di trash! Ebbene sì, signori, per festeggiare la fine della 71esima edizione del festival di Castrocaro Sanremo, oggi tirerò fuori dal cilindro alcuni dei momenti peggiori di questa rinomata celebrazione musicale che sono passati sul piccolo schermo di migliaia di italiani negli ultimi due decenni del secolo scorso. Quindi, bando alle ciance e andiamo, con ordine e calma, a riesumare quei ricordi che, forse, era meglio se fossero rimasti su un nastro in soffitta.

Jo Chiarello, un brutto affare

Iniziamo questo viaggio nella memoria con una delle canzoni più allucinanti della storia tra quelle che sono state in gara: Che brutto affare dell’improbabile Jo Chiarello. Probabilmente nessuno di voi la ricorderà ma sono sicuro che basta poco per rinfrescarvi la memoria: Sanremo 1981, ragazza orgogliosa con una vocina a tratti molto acuta (forse troppo) che cantava “ma non sei neanche un meeeen, scemo”. Vediamo di analizzare cosa non andasse in questa canzone e nella relativa performance.

  1. Il testo. Contando che l’artista venne scoperta e lanciata da Franco Califano (così come del Califfo è la paternità del testo), le parole del brano sono molto, moltissimo deludenti e riassumibili in una sola parola: scemo. La canzone teoricamente dovrebbe essere una classica canzone sulle delusioni d’amore, un amore “nucleare” per qualcuno che credeva fosse un vero uomo che, invece, si rivela essere bravo a raccontare solo menzogne, “uno scoppiato da dimenticare”.  Il testo, in realtà, si commenta da solo, con perle del calibro di “pensavi fossi un’oca da spennare / piuttosto il pollo l’ho pelato io“. Wow.
  2. L’aspetto estetico. Sempre di Franco fu l’idea di farle interpretare la parte della donna forte, emancipata, disinibita ma, soprattutto, insoddisfatta. Fianchi ondeggianti, immagine aggressiva… e poi “scemo, non sei nemmeno la metà di un man”.
  3. La performance. I due punti precedenti venivano esaltati da una sublime performance, che si preannunciò interessante con una camminata da donna col mondo in pugno e iniziò con una sublime voce da gallina in esaurimento nervoso. Per non parlare dell’ottima mimica facciale, unica, inimitabile, ridicola.

Pura magia. Ah, già, dimenticavo: ebbe il coraggio di infiltrarsi tra le nuove proposte nel 1989 (dopo la vittoria di un disco per l’estate nella sezione Giovani).

Mamma mia, che bruto affare! (P.S. Scusate la qualità dell’immagine)

Un cavallo sul palco dell’Ariston

No, tranquilli, non c’è mai stato un vero equino tra orchestra e conduttori, non ricordate male: il cavallo a cui mi sto riferendo è un altro (e non è nemmeno quello dei pantaloni). L’edizione del 1992 fu presentata dall’indiscusso re dei presentatori ovvero il grande Giuseppe Raimondo Vittorio detto “Pippo” Baudo, che ritornò sul palco della città dei fiori a distanza di 5 anni dall’ultima apparizione (e a quanto pare si trovò a suo agio visto che vi rimase in pianta stabile fino al 1996).  Un’edizione in pompa magna: 23 direttori d’orchestra (tra cui l’immancabile Vessicchio), Milly Carlucci, Brigitte Nielsen e Alba Parietti come co-conduttrici, Annie Lennox ed MC Hammer tra gli ospiti, Jo Squillo squalificata (perché, a quanto pare, il brano non era un inedito) e sostituita da Pupo (che, però, ammise di essersi comprato il 4° posto sette anni prima per soli 75 milioni di Lire [oltre 103 mila euro secondo l’inflazione, NdR] con le schedine del Totip). Insomma, un’edizione che difficilmente scorderemo, soprattutto perché la durante la serata del 23 febbraio un certo Mario Appignani, più noto con l’appellativo di Cavallo Pazzo, riuscì a salire sul palco del teatro e svelare a gran voce solo la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità sull’organizzazione del Festival in maniera delicata e per nulla vistosa urlando il grande tormentone “Il Festival è truccato e lo vince Fausto Leali!” prima di venire dolcemente portato via dalla sicurezza. Peccato che Leali arrivò nono e la 42esima edizione del Festival di Sanremo la vinse Luca Barbarossa con Portami a ballare.

Il Festival è truccato e lo vince Fausto Leali!

Pippo Baudo e il Festival del ’95

Nemmeno l’edizione del 1995 passò liscia per il grande Giusy (chissà quale fosse il valore del Baudometro quella settimana? Se non sapete di cosa sto parlando guardate il primo paragrafo di questo mio articolo). Il 1995 è memorabile per due motivi: la mia nascita e il falso tentativo di suicidio di Pino Pagano in diretta dall’Ariston, il 23 febbraio, davanti a 17 milioni di telespettatori. Eh già, falso: il signor Pagano, ai tempi definito da alcuni giornalisti un maniaco dei tentati suicidi (ci aveva già provato a Firenze, Bologna e persino a Parigi) venne infatti pagato dalla Rai circa 20 milioni di Lire (poco più di 15.000 €, aggiustando l’inflazione) per inscenare un “volo nel vuoto” dalla galleria alla platea del teatro della città dei fiori. Ma questo il nostro eroe non poteva saperlo (e, in realtà, non lo seppe nessuno fino a che Pinuccio non ammise il sotterfugio in un’intervista fatta a Vanity Fair nel 2018). Dopo vari tentativi di dissuasione verbale (in cui il mitomane disse di essere disperato e senza lavoro, affermazione anch’essa falsa dal momento che, ai tempi, faceva il fattorino per l’Emilia Romagna) in barba ad agenti della sicurezza, fotografi e giornalisti Baudo andò di persona in balconata per far desistere lo sfortunato ragazzo. Gli promise aiuto e gli diede perfino 500 Lire, “per un cappuccino” disse lui. In effetti il signor Pagano un aiuto lo ricevette: al bar, prima (con qualche Montenegro per farsi coraggio), e nei locali grazia alla sua fama mediatica, poi (produsse perfino un disco con Umberto Maggi, ex bassista dei Nomadi). Di Pino rimane oggi un uomo con un polmone in meno (asportato a seguito di un tumore nel 2000) che vive con poco meno di 300 € al mese di pensione, qualche disco usato, articoli di giornale ma, soprattutto, le immagini del grande archivio RAI.

Leo Leandro, l’inguaribile romantico

Lo ricorderete tutti per il suo abbigliamento elegantissimo, con quelle vesti da dolcissimo vecchio maniaco al parco e quel berretto da baseball su cui sono ricamati il suo nome e una caramella. Perché una caramella? Semplice, perché questo è il titolo della canzone con cui partecipò all’edizione del 1993. E forse era meglio continuare a dimenticare. Ma andiamo con ordine: chi è Leo Leandro? Al secolo si chiamava Leopoldo D’Angelo, 24 anni portati parecchio male, un uomo che di angelico ha solo il cognome, visto che il brano parla dell’amore per una minorenne, una fanciulla di 16 anni. Di lui non ci sono rimaste chissà quali tracce e testimonianze se non qualche video amatoriale che lo immortala in spettacolari esibizioni nei bar di paese, ed è sicuramente meglio così. Sanremo lo aiutò a fare il grande salto da perfetto sconosciuto in Italia a perfetto sconosciuto in Italia e negli Stati Uniti D’America (in cui si traferì qualche anno dopo la partecipazione alla manifestazione canora). Esaurite le informazioni sulla sua vita privata (decisamente privata visto quello che si sa di questo ragazzaccio), passiamo alla canzone incriminata. Il brano inizia con un suadente coro sussurrante le parole “caramella, caramella ah”; chi ben comincia è a metà dell’opera. Dopo qualche secondo alle orecchie un dolce suono si palesa: è la soave voce di Leo, un misto mal riuscito tra il rauco di Vasco, l’impostazione di Barbarossa e il falsetto dei Cugini di campagna. In tutta onestà, la sua voce non è proprio così male, se solo fosse allenata e sfruttata a modo (cosa opinabile nel brano in questione). Il cantante, dando gas al motorino, ci informa che eeh esce dal portone e va a prendere un caffè (“ah eh iiiih“) al bar con la ragazzina (“che sventola! Mi guradi e vai viiiaaah”) che, a quanto pare, sta sempre sotto casa sua. La piccola donna, però, mastica qualcosa (“cos’è?” ci viene in soccorso il coro, dicendoci che, ovviamente, è una caramella) anziché il caffè compra un pacchetto di (indovinate) caramelle. Dopodiché il ritornello: “Caramella all’albicocca (guarda che bocca) / Caramella alla mora (guarda che bona) / Caramella stammi stretta (ma quanta frutta) / Ti chiedo un bacio e ti fai brutta / Caramella alla pera (che merendera) / Caramella anche alla mela (che seno a pera) / Vieni a casa mia stasera / Ma vieni sola, mi ridi in faccia e scappi via”. Credo che non ci sia motivo di commentare. Ah, dimenticavo: il ritornello si chiude con un fraseggio di oboe assolutamente non fuori posto (e che Leo poserà immediatamente a terra e non suonerà mai più per il resto della canzone).

I 24 anni meglio portati della storia.

Sibilla e l’esibizione sibillina

Per quest’ultima perla facciamo nuovamente un salto indietro. Siamo nel 1983, in un festival di cui ci rimangono poche fotografie a causa di cambiamenti strutturali del palco (venne infatti innalzata la balconata per dare maggior risalto alle composizioni floreali ma, di contro, venne impedito l’accesso al parterre ai fotografi che scioperarono in segno di protesta). È il primo festival trasmesso per via radiofonica interamente in stereofonia (sull’emittente RaiStereoDue, mentre sul primo canale radio nazionale andò in onda solo la finale del 5 febbraio). È l’edizione che diede il via all’amore per la musica italiana da parte dell’ex unione sovietica grazie alla televisione di stato russa che lo trasmise in differita. Un’edizione con molti lati positivi, tra i quali, però, non figura l’esibizione di Sibyl Amarilli Mostert, in arte Sibilla. Procediamo per gradi. zimbabwiana di nascita, la cantante venne notata da Franco Battiato per il suo timbro vocale molto particolare, nel 1976 incise la colonna sonora del western di Enzo Castellari Keoma e nel ’79 ebbe un piccolo ruolo come flautista nel film Prova d’orchestra di Fellini. Dopo il festival un paio di canzoni e un duetto con Paolo Conte nel 1990 e nulla più. Tutta colpa di quella serata sul palco dell’Ariston. Come mai, direte voi? Beh, diciamo che definire la sua performance canora “il latrato di un cane che stona” è un eufemismo.  Sia chiaro: lei le potenzialità vocali le aveva eccome, tant’è che la versione in studio di Oppio, il brano in gara (scritto tra gli altri, proprio da Battiato, e si nota in maniera inequivocabile dal testo, dall’arrangiamento e dall’impostazione della voce) è molto valido (certo, bisogna apprezzare i brani con atmosfere eteree e orientali, tipici del repertorio del siculo cantautore, ma pur sempre un buon brano), è solo che… dal vivo non fu proprio la stessa cosa. Da perfetta sconosciuta si esibì in gara con altri grandi nomi della musica italiana in maniera atipica: in un edizione in cui gli artisti erano in playback (o, al più, con la possibilità di cantare sopra una base strumentale ma solo durante le prime serate, quindi finale esclusa), lei fu l’unica ad essere dal vivo sopra l’incisione integrale della canzone. Già di per sé questa cosa non è il massimo (infatti se si canta dal vivo la base non deve contenere la traccia vocale principale ma al massimo i cori e le voci di supporto). Aggiungeteci il fatto che non azzeccò mezza nota e la frittata è fatta. Un completo disastro che le garantì l’eliminazione dalla gara. Ma perché questa esibizione andò così? La spiegazione è musicalmente banale e parte dal presupposto che l’esibizione sarebbe dovuta essere in playback come testimonia il violinista (nonché compositore della canzone assieme a Sibilla e Franco) Giusto Pio, che racconta: “Io e Battiato non potevamo andare a Sanremo, non avevamo tempo perché eravamo in sala di incisione. Allora la accompagnò il produttore. Lei fu presa dal panico e per aiutarla, invece di mandarle la base sopra cui lei doveva cantare, le mandarono il brano intero. Lei doveva solo far finta di cantare”. Prima di proseguire, è necessaria una piccola spiegazione tecnica. Durante la quasi totalità delle esecuzioni in playback il musicisti suonano davvero ma i loro microfoni e la strumentazione vengono silenziati: in questo modo si ottengono espressioni facciali e gesti del corpo del tutto realistici e naturali a fronte di un’esibizione sonoramente perfetta e che non necessita di equalizzare e sistemare volumi di ogni singolo strumento e delle casse e cuffie spia (i monitor, ovvero quelli che permettono agli artisti di avere un ritorno audio e poter sentire la musica) che, nel caso del playback, non ci sono del tutto (o, quando ci sono per effetto scenico, non sono nemmeno collegati e accesi). Non starò qui a fare polemica sul playback, su se e quando sia giusto o sbagliato (però lasciatevi dire che in alcuni casi, come la versione britannica di Top of the Pops in cui ci sono una miriade di artisti uno dietro l’altro e pensata per la trasmissione radio e TV, la scelta del playback è perfettamente contestualizzata e anche molto meno complessa e onerosa da realizzare). Il punto è che, però, il suo microfono venne lasciato aperto (ovvero acceso) per sbaglio; ora, non so se avete mai suonato dal vivo, ma vi assicuro che esibirsi senza una minima fonte sonora di orientamento (sia essa una base registrata o l’audio in tempo reale proprio o di qualsiasi altro componente del gruppo) è veramente difficile visto il volume della musica, soprattutto quando si è agiati o non si è abituati (come nel caso della signora Amarilli). A questo aggiungetevi il fatto che lei né si sentiva (quindi non solo non poteva orientarsi ma nemmeno sapeva che il microfono fosse aperto) né stava si stava sforzando di essere intonata (visto che sarebbe dovuto essere playback) e il gioco è fatto (male).

Uru Belev Sammea

E anche stavolta un altro articolo è giunto al termine. Lunghetto, inusuale, dimenticato, in perfetto ritardo come al solito e, probabilmente, senza che nessuno ne sentisse veramente il bisogno. Ma che ci volete fare, questo sono io, il mio stile, il mio marchio di fabbrica. Per oggi è tutto, spero che vi sia piaciuto (o che quantomeno vi abbia intrattenuto almeno un pochino); io vado ad ascoltare la mia musicassetta dei Ricchi e Poveri (che era in omaggio coi fustini Dash) e noi ci si sente alla prossima!

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