Pepsi Invaders

Ed eccoci qui, di nuovo a parlare di videogiochi; anche se stavolta non si parla di operazioni ben riuscite. Anzi, in realtà non si può nemmeno usare il termine “fallimento” o “flop” visto che né la ditta produttrice ci perse né il gioco diede riscontri di critica negativi. Forse anche perché le poche copie del gioco in questione non vennero mai vendute. Se non state capendo un’acca di quello che ho detto finora, non preoccupatevi: è assolutamente normale visto il titolo sul quale vorrei puntare oggi i riflettori. Sto parlando di “Pepsi Invaders”, operazione pubblicitaria del 1983 per Atari 2600 sviluppata da Atari stessa (e poi ci si chiede come è stato possibile che un colosso di tale calibro sia colato a picco). Già vi preannuncio che potrebbe rivelarsi un articolo leggermente più corto del solito, visto che non c’è troppo da dire a riguardo (ma quel che c’è è sufficientemente interessante da essere trattato). Data la particolarità dell’argomento, andiamo, come sempre, con ordine e procediamo ad analizzare la situazione.

Ecco una delle tante riproduzioni amatoriali.

Coke Is It!

Questo era, ai tempi, lo slogan della campagna pubblicitaria della nota bevanda gassata analcolica a base di noci di cola ed estratto detossificato di foglie di coca (sì, sto parlando della Coca-Cola e sì, questi sono, o di sicuro erano, gli ingredienti base che diedero anche il nome alla bibita). È Coca-Cola, non altro; con altro si intendeva, soprattutto, la temuta rivale Pepsi Cola, che difendeva a spada tratta la sua fetta di fedelissimi. I capi esecutivi e i dirigenti erano sempre stressati per via del duro lavoro e in ansia per cercare di mantenere la quota di mercato. È il 1982 e fu in questo contesto che ai piani alti della rossa di Atlanta venne in mente una brillante idea, in occasione del convegno sulle vendite che si sarebbe tenuto l’anno successivo: regalare 125 nuove e fiammanti Atari 2600 con un videogioco. Il problema era quale videogioco. La risposta fu semplice, ovvero commissionarne uno personalizzato. E fu proprio quello che fecero: chiesero (con qualche assegno) alla casa videoludica di New York di sviluppare un generico gioco a tema Coca-Cola. Alla Atari, venne proposta, anziché la creazione da zero di un nuovo titolo (che non sarebbe mai stato commercializzato), la conversione di uno dei titoli gia esistenti per la console. Un programmatore, che rispondeva al nome di Christopher Omarzu, avanzò come candidato Space Invaders, una delle cartucce più famose, sia per la semplicità di riprogrammazione del codice sia perché ben si prestava alla “guerra delle bibite” tra i due analcolici caramellati.

Qualche schermata di gioco.

Che guerra sia!

Il videogioco venne chiamato Pepsi Invaders, anche se negli anni gli vennero attribuiti erroneamente altri titoli provenienti dalle varie schermate del gioco (tranquilli, avremo modo di parlarne a breve). In realtà, però, non fu proprio una modifica del codice sorgente, in quanto Richard Maurer, il creatore dell’originale Space Invaders, lasciò la compagnia a causa di divergenze economiche (un modo molto elegante per dire che l’azienda non gli pagava lo stipendio); Omarzu venne, quindi, incaricato di hackerare il programma di modo da poterlo modificare secondo le esigenze. L’astronave venne ricolorata con le tonalità del marchio (bianco e rosso) e gli alieni sostituiti con le lettere PEPSI (in blu, come i colori della bibita rivale). Il numero di vite da tre passò a illimitato; sorte inversa capitò al timer, limitando la durata delle partite a tre minuti. In alto, la scritta COKE seguita dalle cifre che identificano il punteggio; allo scadere del tempo, indipendentemente dal numero di invasori abbattuti, esso viene sostituito dalla parola WINS, restituendo la frase COKE WINS (da qui uno dei titoli con cui è conosciuto questo gioco). Ah, ricordate quel disco volante che, nell’originale, ogni tanto, attraversava lo schermo? Bene, qui divenne la versione a 8-bit del logo della Pepsi. Per il resto, tutto rimane invariato (suoni e tempistiche compresi). Una spartana confezione (un cartoncino bianco con un adesivo circolare rosso recante la scritta Atari goes better with Coke, applicato anche sulla cartuccia), la classificazione del software come prototipo (sebbene non vide mai la luce sugli scaffali dei negozi di elettronica e, a parer mio, fu un errore da parte delle due aziende) e il numero esiguo di copie (destinate tra l’altro ad adulti uomini d’affari di una delle più remunerative aziende di bibite zuccherate a livello mondiale) completano il quadro di quello che può essere considerato uno dei primi utilizzi dell’ambito videoludico come mezzo pubblicitario personalizzato al pari di un gadget promozionale (non considerando, quindi, film e pubblicità in cui comparivano videogiochi).

Originale al 100%. Sì, le versioni non ufficiali sono decisamente più belle.

Una rarità per i collezionisti (che aumenta se si considera la probabilità non solo di trovare semplicemente una copia originale della cartuccia bensì una comprensiva di scatola e adesivi ufficiali in ottimo stato di conservazione) che porta questo gioiellino a valori di mercato vicini ai 2000 dollari al pezzo (magari potessi metterci le mani sopra). La fama (e anche un po’ la sfida rappresentata dal fare più punti possibili prima dello scadere del tempo) hanno creato una schiera di appassionati tali da mettere in circolazione delle “ristampe” non ufficiali con tanto di scatola dalla grafica rivisitata e cartucce personalizzate (che con un po’ di pazienza e qualche ricerca potete accaparrarvi per meno di 40 dollari). Dalla capsula del tempo è tutto anche per oggi, ci si vede alla prossima incursione tra le curiosità del passato. Io, adesso, vado a farmi una Pepsi e una partita a Dig Dug (fosse anche solo perché compare in un episodio della quinta stagione di X-Files).

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